La trasfigurazione del corpo nell’acqua
L’acqua si carica energeticamente di una vibrazione specifica in base al contesto. E questa vibrazione ce la restituisce. Splash! e noi ci immergiamo!
Ma uno dei poteri che più interessa il pittore è l’opera di dissoluzione delle forme. Un corpo immerso nell’acqua riceve una spinta verticale pari a si smaterializza. Viene visto come un puzzle correttamente montato e poi scombinato da un colpo. Un braccio si allunga la mano si stacca, una gamba si scopone e …si perde la testa. Cioè, si perde l’identità. “Noi siamo il nostro corpo o abbiamo un corpo?” Chiese la filosofa ai bambini, affacciandoli al misterioso baratro dell’esistenza in piena costruzione identitaria.
Sembra che l’acqua, il mare, il fiume, abbiano il potere della smaterializzazione fino a dissolvere il corpo e permettere di unirci all’Infinito. Una visione un po’ yogica forse. E se fosse che bagnarsi è un po’ sperimentare questa trasmutazione del corpo verso lo spirito? Verso l’Uno? (universo)
Francoise Le Roux scrive: “L’acqua in se stessa possiede una virtù purificatrice, tanto più se è sacra. Il carattere sacro dell’acqua si comunica a colui che vi si immerge e si fonde in essa, identificandosi”.
“E’ facile credere quando si vede, non vi è nulla da negare allora ma la verità supersensoriale viene meritata e scoperta da coloro che superano il proprio naturale scetticismo materialistico” dice Babagji secondo Paranhansa Yogananda (Autobiografia di uno Jogi).
Noi oltretutto abbiamo il vantaggio che l’acqua ci permette di vedere.
Compito del pittore è farvi riflettere su quello che già si riflette, la magia della luce che danza ora sullo specchio ora sul fondo. Cosa avrà in serbo questo meraviglioso spettacolo?
Compito del pittore è farvi vedere quello che già vedete, la trasfigurazione del corpo (e come questo rimane comunque sorprendentemente leggibile) in spirito. Libero. Rinfrancato. Rinfrescato. Rigenerato. Alleggerito. Redento. Appagato.
Perchè ci faremmo tanti chilometri per farci un bagno, altrimenti?
Per me c’è chi va al mare e chi in montagna…alle terme.
Riccardo Orsoni
La ricostruzione dell’intuizione di un attimo
Ad un’apparente figurazione fantastica, Orsoni, inserisce concetti ben più profondi e suggerisce di staccarsi dal modo di vedere sé stessi e dal modo di vedere ciò che ci circonda e anche solo per un attimo percepire un altro sé in un altrove impossibile.
Orsoni apre porte lontane e ci introduce con forza e vigore dentro visioni sorprendenti, dove il rapporto tra gli elementi naturali viene sconvolto e la terra è anche aria e l’aria anche acqua. L’abilità tecnica nella descrizione delle rocce talmente ripide da togliere il fiato, delle nuvole cariche di presagi e di promesse, delle acqua profondissime che celano misteri, delle radici contorte collegate all’inconscio, contribuisce a rendere, seppure per un attimo, possibile ciò che non può esserlo.
I castelli fantastici, le città sospese ci accolgono quasi in modo ipnotico e ci invitano alla contemplazione del paesaggio circostante, una contemplazione che diventa interiore, zen, dove l’equilibrio si trova nelle situazioni più sospese o dentro percorsi di elevazione suggeriti da una tensione dinamica verso il cielo.
In questa condizione non solo gli elementi si compenetrano ma anche le coscienze: gli animali hanno le loro visioni, gli alberi le loro ripugnanze, le rocce le loro aperture, le città si alzano e si spostano in cerca della loro dimensione. E l’uomo è così pieno da essere dentro tutto ciò ma anche così vuoto da essere burattino insensibile.
Lo stato di equilibrio tra le vertigini è rafforzato da una composizione architettonica precisa, calcolata del quadro. Avviene sulla tela una ricostruzione fedele, quasi meticolosa dell’intuizione di un attimo, di una visione estatica che a volte solo il dormiveglia sa donarci, sospesi per un istante infinito tra realtà e surrealtà.
Cremona, 18 maggio 2012 Giorgio Pastorelli